nothing is gonna change my world

giovedì 20 agosto 2009

The coffee is never strong enough



Un cielo di un azzurro pastello schizzato d'oro e d'arancio mi fece riprendere conoscenza.
Il risveglio più piacevole degli ultimi mesi.
Il contatto con il pavimento spoglio di qualsiasi rivestimento mi fece rabbrividire e mi riportò alla memoria che non avevo niente addosso.
Era una costante ormai, qualsiasi capo di abbigliamento non mi sembrava idoneo alla situazione. Era inutile mettersi un qualunque pezzo di stoffa addosso, preferivo convivere con la mia nudità ed intimità.
Non l'avrei mai più condivisa con nessuno, se non con me stessa nel buio perpetuo del mio appartamento.
Il mio rifugio era spoglio, scarno ed essenziale. Non uscivo da...non lo so, onestamente, ma non abbastanza per non ricordarmi la strada che conduceva alla mia vera casa.
Era impossibile da dimenticare.
Situata al bordo di una strada minore di New York, non trafficata e soprattutto tranquilla; un aggettivo che non era solito attribuire a questa metropoli.
Una casetta graziosa, a due piani; la facciata era di mattoni rosso vermiglio, la porta di un legno scurissimo, una tonalità vicina al nero, era incorniciata perennemente dall'edera che cresceva in continuazione e che dava alla casa un'aria completamente diversa dal resto della città. Era accogliente, chiunque fosse passato di lì, e ne sono certa, avrebbe posato un occhio su quell'abitazione.
L'interno era esattamente come chiunque l'avesse mai immaginato. Parquet ovunque, un odore di miele e fiori di pesco nell'aria, mobili vecchi di legno.

Il salotto era immenso, con un divano di pelle marrone scuro di una comodità particolare. La luce filtrava attraverso le ampie finestre che davano sulla veranda e rendevano sempre la stanza calda, lasciando una strana sensazione di felicità e famiglia.

Le scale scricchiolavano ad ogni passo, era impossibile scendere al piano di sotto in preda ad un attacco di fame notturna, il rumore persistente ad ogni scalino riusciva sempre a far fallire ogni possibile tentativo di arrivare al piano di sotto.

La veranda era la stanza in cui passavo più tempo possibile, con lo sguardo rivolto al giardino, immaginavo... immaginavo una bambina dai lunghi riccioli biondi cenere con due grandi occhi verdi in un vestito di pizzo bianco giocare in un pomeriggio di primavera, con un fiore giallo dietro l'orecchio. Immaginavo un ragazzino di 12 anni in una divisa da baseball macchiata di terra, un berretto blu con una Y sopra ed una mazza in mano, lo sguardo concentrato sul lanciatore.

La cucina era perennemente invasa da un dolce odore di crostata alla marmellata di fragole, l'unica torta che riusciva a mia madra, non rimanevamo mai senza.

Era bianco candido. Bianco e perfetto, quel tempo.

Un altro brivido di freddo mi riportò alla realtà.

Quella in cui tutto era grigio.

Grigio come la canna di una pistola ancora calda.

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